LA VULNERABILITÀ DEI POTERI “FORTI” VERSO IL CRIMINE ORGANIZZATO

di Stefano Padovano

La gravità di un fenomeno criminoso non si misura soltanto dal numero di omicidi consumati, ma dall’uso della violenza, delle intimidazioni e dalla capacità di infiltrarsi in un ambiente lecito, fino ad imporsi nel tessuto sociale. Per queste ragioni, a partire da una ricognizione scientifica in tema di crimine organizzato mafioso, lo studio che si andrà a presentare approfondirà il tema delle compromissioni che hanno coinvolto alcuni esponenti politici indagati per violazione di interessi e finalità pubbliche. Lo scopo dell’articolo è quello di indagare la genesi e la commistione di interessi tra gli attori della società civile e quelli delle consorterie criminali. Le pagine che seguono illustreranno i contorni che hanno segnato l’approccio relazionale tra classe politica locale e “mondi sospetti”. Si cercherà di comprendere se esistono o come sono state evitate eventuali forme di ibridazione tra le due parti, se è andata in scena una sorta di adattamento rispetto alla presenza di palesi proposte criminali o sotto mentite spoglie, se il mancato assenso collaborativo a gruppi ed esponenti dell’economia locale ha provocato ritorsioni o vendette ai danni dei partiti, se la collaborazione alle campagne elettorali ha condizionato, fino a inficiare, gli esiti del voto


Stefano PADOVANO, Assegnista di ricerca, Università degli Studi di Genova


Per corrispondenza: Stefano PADOVANO •  This e-mail address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it


Tratto da: Rassegna Italiana di Criminologia n° 4/2019



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