Rassegna Italiana Di Criminologia

Organo ufficiale della Società Italiana di Criminologia

di Salvatore Luberto

L’esigenza di sicurezza è certamente da annoverare tra le priorità della convivenza sociale. Essa non può però essere semplicisticamente “delegata” agli “addetti ai lavori” istituzionalmente investiti dal problema, ma deve indurre serie riflessioni, approfondite e condivise, per l’indubbia rilevanza culturale che la caratterizza in termini condizionanti. La cultura della sicurezza propone aspetti di tipo obiettivo, da valutare attentamente in una prospettiva dinamica e ben articolata, ed aspetti di tipo soggettivo legati alla percezione del fenomeno criminoso condizionata, non di rado, da visioni stereotipe e contingenti. Non v’è dubbio che una migliore conoscenza e consapevolezza dei fenomeni criminosi in ogni loro aspetto ne favorisca una gestione più adeguata, non foss’altro che per una più ampia e più puntuale osservanza di norme e principi condivisi e, soprattutto, ben compresi. A titolo esemplificativo ricordo che all’epoca del terrorismo la presa di coscienza della sua pericolosità da parte dell’intera collettività favorì indubbiamente una reazione più incisiva e più efficace dello Stato e, probabilmente, anche il fenomeno della dissociazione. Parimenti una migliore consapevolezza della pericolosità dei gruppi appartenenti alla criminalità organizzata ha attivato un più costante e più adeguato intervento, da cui i migliori risultati conseguiti dalle Forze dell’Ordine, contestualmente al superamento di una visione subculturale del fenomeno. Sembra anche importante sottolineare il fatto che i risultati più incisivi conseguiti grazie al sistematico ricorso ad indagini di tipo patrimoniale possano essere richiamati come dimostrativi al riguardo e come essi impongano un diverso e più ampio approccio al fenomeno criminoso, certamente meritevole di approfondimenti e di maggiore attenzione. Scrivevo in proposito alcuni anni fa: «...Sul piano criminologico tutto ciò suggerisce l’ipotesi dell’avvio di un processo di modificazione dello stereotipo della criminalità e del criminale. S’incomincia infatti a percepire il fenomeno criminoso non più solo in termini di crimini convenzionali e di pericolosità sociale dell’autore di reato, ma anche in termini di crimini non convenzionali, o dei colletti bianchi, e del danno sociale che li caratterizza. Vale a dire che, accanto a comportamenti delinquenziali definiti tali soprattutto in relazione alla pericolosità dell’autore, anche comportamenti commissivi od omissivi produttivi di gravi danni sul piano economico, ecologico o comunque sul piano sociale e posti in essere da soggetti non identificabili come delinquenti in senso classico, cominciano ad essere considerati veri e propri crimini meritevoli di sanzioni severe...» (Luberto, 1992).
Il riferimento al “danno sociale” prodotto dal crimine può far meglio cogliere la gravità e la negatività della criminalità non convenzionale, difficilmente percepibile se riferita alla sola nozione di pericolosità sociale dell’autore di reato, e concorrere al superamento di visioni stereotipe. La criminalità non convenzionale, meritevole di maggiore attenzione, integra spesso un vero e proprio “sistema criminale organizzato” che chiama in causa non di rado una rete di interazioni complesse, posto che si tratta sempre di crimini dolosi, premeditati e ben programmati, posti in essere da soggetti capaci, ben dotati ed in grado di utilizzare forme di difesa e di mimetizzazione tutt’altro che trascurabili e difficili da scoprire e da contrastare. Non va infatti neppure trascurata la scarsa attenzione del legislatore al fenomeno, posto che il sistema sanzionatorio relativo alla criminalità non convenzionale è meno efficace per carenze di natura  qualitativa e quantitativa delle relative norme. Il problema non è nuovo e già alla fine dell’800 Cesare Lombroso e molti criminologi positivisti si occuparono ampiamente della situazione provocata dai contrasti e dalle tensioni sociali proponendo nuove prospettive interpretative del fenomeno criminoso (Frigessi D., 2003).
Mi limito qui a richiamare l’ampio spazio dedicato ai reati economici e finanziari ed alla delinquenza bancaria a seguito della nota vicenda della Banca Romana, accuratamente descritta da Martucci, che si concluse, dopo un tormentato iter politico, giuridico e sociale, con una stupefacente sentenza assolutoria del 1894. Lo scandalo della Banca Romana, che richiama note vicende dei giorni nostri, fu ampiamente trattato dai criminologi positivisti di fine 800, che fornirono fin da allora una prospettiva interpretativa molto più ampia e più articolata dei fenomeni criminosi rispetto alla più nota ipotesi biologistica. Nel rinviare alla letteratura dell’epoca ricordo, in particolare, il lavoro scritto da Lombroso e Ferrero nel 1893 (“Sui recenti processi bancari di Roma e Parigi”), quello di Laschi del 1899 (“La delinquenza bancaria”), nonchè quello recente di Martucci del 2002 (“Le piaghe d’Italia. I lombrosiani e i grandi crimini economici nell’Europa di fine Ottocento”), a riprova dell’attenzione prestata dai positivisti alla criminalità non convenzionale almeno un secolo fa. Mi sia consentito proporre quanto Lombroso scrisse testualmente nel lontano 1897: «...in carcere non giungono con eguale facilità tutti coloro che offendono le leggi sociali, perché a favore del ricco stanno l’influenza delle sue ricchezze, le aderenze di famiglia, le relazioni sociali e l’elevata cultura mentale, le quali spesso riescono a salvarlo dalla prigione o almeno gli procurano validissimi mezzi di difesa...». In un’altra opera del 1889 il Lombroso, a riprova dell’esistenza di reati non convenzionali commessi da individui normali e rispettabili, così scrive: «... Fate la somma di tutti i bottegai che frodano sul prezzo, sul peso; dei professionisti che simulano e dissimulano col cliente per proprio vantaggio; dei professori che mentono scientemente; degli impiegati che chiudono un occhio per favoritismo; degli uomini di Governo che abusano del potere e della giustizia: abbiamo una somma di reati tale, che è superiore a quella dei rei ufficiali...». Le chiare prese di posizione assunte dal Lombroso e dai positivisti sulla coesistenza di fenomeni criminosi di natura economica o comunque non convenzionale sono poco conosciute e, soprattutto, non hanno determinato serie riflessioni al riguardo. Le ragioni di tali lacune sono facilmente intuibili e sono peraltro chiaramente riportate nell’opera del Laschi del 1899: «... questo avvieneperché il piccolo furto può domani toccare a tutti, mentre la malversazione, la concussione, l’'affare losco di centinaia di migliaia e milioni di lire o concernono un ente astratto come lo Stato che dai cittadini (massimo in Italia, con l’esoso fiscalismo dominante), è considerato poco meno di un nemico; o rovinano le grandi società composte e rappresentate dai fortunati del momento, contro cui si accumulano sempre invidie, sospetti ed antipatie...». Il progressivo incremento della criminalità non convenzionale era stato quindi ampiamente previsto già dai criminologi positivisti oltre un secolo fa ed i fatti hanno ampiamente confermato tale ipotesi, senza però indurre modifiche significative nella percezione culturale del fenomeno criminoso o nella sua effettiva gestione. Ho voluto richiamare, sia pure con accenni semplici e parziali, di cui mi scuso, l’attenzione su tale situazione per ribadire la necessità di serie riflessioni in merito, specie alla luce della comparsa di nuove forme di criminalità informatica. Il “nuovo” mondo virtuale, accanto agli innegabili vantaggi, comporta, infatti, anche serie problematiche criminologiche che ribadiscono la necessità di una maggiore attenzione al fenomeno criminoso, nelle sue accezioni convenzionali e non convenzionali, sul piano culturale, gestionale e della formazione degli operatori a tutti i livelli. Sarebbe pertanto auspicabile una maggiore attenzione culturale ed un rinnovato e più costante interesse anche su tali fenomeni, superando un approccio prevalentemente reattivo scatenato da gravi episodi criminosi contingenti, essendo evidentemente le esigenze di sicurezza una costante della convivenza sociale.

Prof. Salvatore Luberto

Tratto da: Rassegna Italiana di Criminologia n° 3/2007

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